COMPASSIONE VS AUTO-DISTRUZIONE
- Simona Romano
- 3 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Il buddismo insegna che la saggezza sta nel riconoscere la differenza tra compassione e autodistruzione. E lo dice con una metafora: “Puoi nutrire un serpente. Puoi amarlo. Puoi rispettarlo. Puoi persino pregare per lui. Ma, se è un serpente, potrebbe comunque morderti.”
Credo che la compassione sia un concetto difficile da comprendere e credo che spesso si cada in uno di due estremi.
Il primo è pensare che essere compassionevoli significhi sopportare tutto. Continuare a capire l’altro, giustificarlo, aspettare che cambi. E così, nel tentativo di essere persone “buone”, si finisce per sacrificare sé stessi.
L’altro estremo è l’opposto. Ci aggrappiamo alla rabbia. Non vogliamo comprendere, non vogliamo perdonare, vogliamo solo prendere le distanze. Pensiamo che rimanere arrabbiati sia il modo migliore per proteggerci.
Ma, se ci pensi, in entrambi i casi continuiamo a rimanere legati a quella persona. Nel primo caso perché cerchiamo di salvarla. Nel secondo perché continuiamo a portarcela dentro.
Ed è qui che, secondo me, il ruolo della compassione diventa importante, perché ci aiuta a vedere la situazione con più lucidità. A capire che quel comportamento racconta qualcosa della storia dell’altro, delle sue ferite, dei suoi limiti.
Questo non rende quei comportamenti accettabili. Ma ti permette di mettere un confine senza odio. Di allontanarti senza desiderio di vendetta. Di riconoscere che non puoi salvare qualcuno che non ha deciso di cambiare e che, nel tentativo di farlo, rischi solo di perdere te stesso.
Questa, secondo me, è la differenza tra la compassione e l’autodistruzione.
L’autodistruzione dice: “Se ti capisco abbastanza, forse riuscirò a salvarti.” Oppure: “Se ti perdono, vincerai tu.”
La compassione, invece, dice: “Capisco il tuo dolore, ma non permetterò che diventi anche il mio.”
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