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Le tre discipline

Epitteto sosteneva che, per vivere bene, dovremmo allenarci in tre aree fondamentali: i desideri e le avversioni, l’azione e il giudizio.


Nello yoga possiamo ritrovare questi stessi principi sotto altre forme.


La prima è l’equanimità. La capacità di rimanere centrati sia quando le cose vanno bene sia quando vanno male. Non lasciarsi trascinare dall’euforia del successo né abbattere dal fallimento. Perché entrambe le condizioni sono temporanee. È ciò che ci permette di non essere governati dai nostri desideri e dalle nostre avversioni, che per Epitteto sono all’origine di gran parte della sofferenza.


La seconda è il distacco. Non significa disinteresse o rinuncia. Significa impegnarsi profondamente in ciò che conta senza diventare dipendenti dal risultato. Continuare ad andare avanti con costanza, facendo la propria parte, senza aggrapparsi a come le cose dovrebbero andare. È l’arte di agire con intenzione e presenza, senza essere schiavi delle conseguenze delle nostre azioni.


La terza è il discernimento. La capacità di riconoscere ciò che è davvero importante da ciò che è soltanto rumore. Di distinguere ciò su cui possiamo agire da ciò che non possiamo controllare. Di non lasciarci guidare da ogni impulso, paura o emozione del momento, ma da ciò che riteniamo veramente giusto per noi.


Epitteto considerava questa la capacità di formulare giudizi più lucidi sulla realtà; nello yoga prende il nome di viveka, il discernimento.


Equanimità, distacco e discernimento.


Tre qualità che ci permettono di procedere con più fiducia, più costanza e meno sofferenza. Perché, sia per gli stoici sia per gli yogi, la libertà non può nascere dal controllare il mondo esterno, ma dal modo in cui impariamo ad agire e a interpretare ciò che ci accade.

 
 
 

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