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COAZIONE A RIPETERE

Quando parliamo di coazione a ripetere ci riferiamo a un concetto introdotto da Freud per descrivere la tendenza a riprodurre, spesso inconsapevolmente, esperienze, dinamiche e modalità relazionali che appartengono alla nostra storia, anche quando ci hanno fatto soffrire.


Tendiamo quindi a considerare la ripetizione come qualcosa di necessariamente negativo, una sorta di automatismo dal quale dovremmo liberarci. Ma non sono sicura che sia sempre così. Perché ripetere una situazione non significa necessariamente ripeterla nello stesso modo. Possiamo ritrovarci in una dinamica che conosciamo molto bene e, proprio perché la riconosciamo, avere per la prima volta la possibilità di comportarci diversamente al suo interno.


Posso ritrovarmi davanti a un fallimento e sentire la stessa urgenza di dimostrare subito che valgo, ma questa volta permettermi di non compensare. Posso ricevere una critica e riconoscere il vecchio bisogno di difendermi, giustificarmi o fare ancora meglio, ma provare a capire cosa succede se non devo necessariamente riparare l’immagine che l’altro ha di me. Posso trovarmi ancora in una situazione nella quale non ho il controllo e, invece di organizzare tutto per ridurre l’incertezza, provare a vedere quanta parte di quell’incertezza oggi sono in grado di sostenere.


In questo senso, forse, la ripetizione diventa un modo per sperimentare qualcosa di nuovo. Perché difficilmente impariamo a rispondere diversamente a una certa situazione evitando per sempre tutte le situazioni che ce la ricordano.


La differenza, allora, non sta necessariamente nel non ritrovarsi mai più davanti allo stesso tipo di esperienza. Sta nel grado di libertà che abbiamo quando quella esperienza si ripresenta.


Finché non riconosco ciò che sto ripetendo, probabilmente seguirò il copione che conosco.

Quando comincio a riconoscerlo, invece, quella stessa situazione può diventare uno spazio nel quale provare una risposta nuova e vedere che cosa produce.

 
 
 

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