L’ATTESA NON È PASSIVA
Ci sono due modi di aspettare. Possiamo aspettare che tutto passi, che quel momento finisca il prima possibile, vivendo ogni giorno come qualcosa da sopportare in attesa di tornare finalmente a stare bene. Oppure possiamo aspettare con la fiducia che qualcosa di buono arriverà, pur rimanendo completamente presenti a ciò che sta accadendo.
Questa seconda attesa non è passiva. Non significa restare fermi sperando che, prima o poi, le cose cambino da sole. Significa continuare a praticare la giusta azione, fare ciò che è possibile fare oggi, prenderci cura di quello che quel momento ci sta chiedendo, anche quando non possiamo ancora vedere il risultato.
Quando attraversiamo un periodo difficile, spesso vorremmo sapere quando finirà, come ne usciremo e cosa ci sarà dopo. Ma non sempre possiamo avere subito queste risposte. Possiamo, però, scegliere come stare in quell’attesa. Possiamo cercare di accelerare continuamente il processo, oppure creare, giorno dopo giorno, le condizioni perché qualcosa possa lentamente trasformarsi.
Un po’ come un fiore: non sboccia perché lo tiriamo verso l’alto o perché controlliamo continuamente se sta crescendo. Noi possiamo prenderci cura del terreno, dargli acqua, luce e tempo. Poi, quando sarà il momento, sboccerà da sé.
Forse uscire da un momento difficile significa anche questo: non aspettare semplicemente che la vita ricominci, ma continuare a esserci mentre la vita sta già accadendo, praticando ogni giorno ciò che può aiutarci a ritrovare una direzione.
Non possiamo decidere quando arriverà la fioritura, ma possiamo prenderci cura di ciò che, silenziosamente, la sta rendendo possibile.
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