LE CRISI COME RITUALI D’INIZIAZIONE
Mi ha colpito molto la somiglianza che Rüdiger Dahlke individua tra i rituali di iniziazione e i rituali di guarigione.
Nelle tribù arcaiche, i riti di iniziazione segnavano il passaggio da una fase della vita a un’altra. La persona veniva separata dalla comunità, affrontava una prova, spesso anche dolorosa, e poi vi faceva ritorno con un’identità e un ruolo nuovi. Il dolore, a volte inflitto attraverso tagli o ferite, rendeva evidente che quel passaggio non sarebbe stato semplice e che, dopo averlo attraversato, non si sarebbe potuti tornare alla condizione precedente.
Secondo Dahlke, i rituali di guarigione seguono una struttura molto simile: anche qui la persona viene allontanata per un periodo dalla sua vita abituale, attraversa una fase difficile e incerta e, infine, ritorna alla propria vita, ma con qualcosa di diverso.
È questo che accomuna i due rituali: entrambi interrompono la continuità, accompagnano una trasformazione e segnano un prima e un dopo.
Ed è anche ciò che accade durante alcune crisi. La crisi interrompe il corso abituale della vita, ci fa perdere i punti di riferimento che avevamo e ci porta in una terra di mezzo: non siamo più quelli di prima, ma non sappiamo ancora chi diventeremo.
È proprio in questo spazio che può emergere un nuovo compito evolutivo. La crisi può metterci davanti a qualcosa che abbiamo rimandato a lungo: separarci, cambiare direzione, lasciare un ruolo, riconoscere un bisogno, accettare un limite o assumerci una nuova responsabilità.
Non ci dice immediatamente dove andare, ma ci rende evidente dove non possiamo più restare.
È in questo senso che una crisi può diventare un rito di passaggio: ci mette davanti alla necessità di compiere un salto evolutivo. E quel salto va compiuto, perché non è più possibile fare altrimenti.
Possiamo provare a rimandarlo, a resistere o a tornare indietro, ma la vita che conducevamo prima della crisi non è più disponibile nello stesso modo.
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