L’identità che ti trattiene PT.2
Nel post precedente abbiamo visto come l’immagine che abbiamo di noi influenzi profondamente il modo in cui agiamo.
Ma c’è un’altra domanda che, secondo me, vale la pena porsi.
L’immagine che hai di te coincide davvero con la realtà?
Molto spesso ci raccontiamo una storia:
«Sono una persona insicura.»
«Non sono costante.»
«Non sono capace.»
«Non riesco mai a portare a termine quello che inizio.»
Ma, la realtà di quella persona ne racconta un’altra: quella di una persona che si mette continuamente in gioco, prende decisioni importanti, supera ostacoli difficili, raggiunge obiettivi importanti.
Questo non significa che quello che senti sia falso. Significa che la narrazione che abbiamo costruito su noi stessi è incoerente rispetto alla persona che siamo.
E se ti ci ritrovi, allora forse vale la pena chiedersi:
Perché sento il bisogno di raccontarmi in questo modo?
Da una prospettiva sistemico-relazionale, l’immagine che abbiamo di noi non serve solo a definire chi siamo. Serve anche a proteggere il nostro senso di appartenenza.
Può succedere, ad esempio, di aver imparato che mostrarsi troppo sicuri di sé metta in difficoltà qualcuno. Oppure che avere successo susciti invidia, distanza o competizione.
O ancora che, per continuare a sentirsi parte della propria famiglia o del proprio gruppo, sia più sicuro “volare basso” e non esprimere fino in fondo le proprie capacità.
In questi casi, l’immagine che abbiamo di noi non nasce soltanto da ciò che pensiamo di essere. Nasce anche da ciò che, nel corso della nostra storia, ci ha permesso di mantenere legame e appartenenza.
Quando questo diventa consapevole, si apre una possibilità nuova.
Posso chiedermi se oggi quelle stesse regole abbiano ancora senso. Se esista un modo diverso di restare in relazione con le persone importanti della mia vita senza rinunciare, per questo, a esprimere pienamente chi sono.
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